CAPRICCI
E CASTIGHI
Non basta dire al bambino quello che si ha intenzione
di fare. E' necessario anche "fare quello che si dice".
Françoise Doltò, psicoanalista
francese
Quale significato
Quasi tutti i genitori conoscono
e vivono con i loro bambini la cosiddetta “Età dei No”. E’
proprio verso i due anni che iniziano le crisi di opposizione e con esse
i “No” decisi che il bambino grida con tutto il corpo, dalla testa, al
collo, alle spalle, piangendo e battendo i piedini per terra. Ma è
anche l’età in cui il bambino inizia a dire “Io”, quindi a riconoscere
se stesso, a percepire il senso della propria unità corporea, a
sentirsi dotato di un suo pensiero e di una sua volontà. E’ una
fase molto importante dello sviluppo, il bambino può muoversi bene
ed andare verso nuove esplorazioni, si allontana e si avvicina rispetto
alla figura di riferimento, sperimenta gli albori delle sue piccole aree
di autonomia.
Limiti e regole
Il bambino capisce che il “No” diventa,
per lui, un arma magica e potentissima che può produrre un effetto
nell’ambiente. Diventa uno strumento con il quale il bambino sfida l’adulto
e lo fa per sperimentarsi, per capire fin dove può spingersi. In
realtà sta cercando un contenimento che solo l’adulto può
fornirgli con un chiaro sistema di limiti e di regole. I limiti danno
al bambino il senso del confine territoriale entro cui gli è consentito
muoversi, in termini fisici ed emotivi. I limiti sono necessari e devono
essere dati dagli adulti. Insieme alle regole il bambino acquisirà
pian piano i concetti di “cosa può fare” e “cosa non può
fare”.
Almeno fino ai quattro, cinque anni
i bambini sono tutti un po’ maldestri e può mancare il senso del
pericolo. La sua curiosità dovrebbe essere protetta ma non repressa.
E’ possibile utilizzare alcuni accorgimenti, come ad esempio assicurarsi
che la casa sia “a portata di bambino”,
con gli oggetti più fragili o pericolosi in alto in modo che non
possa prenderli, oppure mettere su una parete della carta in modo che possa
colorare su questa e non imbrattare il muro. E’ fondamentale non reprimerlo,
ma stabilire delle regole.
Alcune “classiche situazioni”
Spesso alcuni genitori raccontano
come il capriccio scoppi all’improvviso senza un motivo apparente e persino
in luoghi meno opportuni, come il supermercato per esempio, mettendo il
genitore in imbarazzo. Un’ altra situazione tipica avviene quando il bambino
non vuole restituire un giocattolo e si impunta dicendo “è mio!”.
In quest’ultimo caso il bambino sente minacciata la sua idea di possesso.
Nella sua fantasia quell’oggetto rappresenta parte di sé, qualunque
esso sia. In questi casi un intervento deciso e fermo è utile,
perché sarebbe molto improbabile riuscire a convincerlo a restituire
l’oggetto. Appena il conflitto cessa e torna la calma, si può provare
a spiegare la differenza tra “mio” e “tuo”. Ad esempio dicendo: “se qualcuno
ti portasse via il tuo orsacchiotto gridando “è mio” glielo lasceresti?”.
Probabilmente al bambino di due - tre anni sfugge ancora il senso
logico di questa affermazione ma non certamente quello emotivo.
E’ difficile che i capricci di
un bambino siano del tutto immotivati. Per capire che cosa lo può
spingere ad opporsi, bisogna “allenarsi” ad un ascolto attento che porti
a mettersi nei suoi panni e leggere fra le righe. I capricci molto noiosi,
i continui lamenti che sfiniscono talvolta l’adulto, potrebbero essere
l’unico modo, in quel momento, per avere maggiore attenzione dai genitori.
Questo può accadere alla nascita di un fratellino, momento delicato
in cui il bambino si sente trascurato e messo da parte.
Le reazioni dei genitori
-
Il rimprovero: nel momento
in cui il bambino attiva reazioni eccessive, può essere utile il
rimprovero, purché non sia nocivo. Deve cioè limitarsi
al fatto in sé, alla trasgressione, tralasciando ulteriori osservazioni
sulla personalità del bambino, e senza ferire la sua dignità.
Andare in collera non è una colpa, una reazione di rabbia è
talvolta salutare se equilibrata (i bambini questo lo imparano) e se viene
tradotta in termini emotivi adeguati: “ la mia pazienza ha un limite oltre
al quale la mamma prova rabbia per questa cosa che tu fai “….
-
Le punizioni: con la punizione
fisica, come gli sculaccioni, certamente si ottiene ciò che si desidera
dal bambino, oltre a permettere al genitore di scaricare la sua tensione.
Questo tipo di apprendimento è però nocivo per il bambino
in quanto è un modo per umiliarlo e cercare di imporre un gioco
di potere altamente diseducativo. Le punizioni sono invece importanti,
quando si cerca di fare valere il proprio "No" in modo fermo, convinti
della propria decisione. E’ la comunicazione che passa ad essere importante
e deve esser utile al bambino per imparare. Quando il bambino è
ancora piccolo, lo si può lasciare in castigo in camera sua a sbollire
la sua “stizza”, anticipando comunque una spiegazione. A quattro anni invece
il bambino comincia a comprendere il significato della punizione e sa che
ad una causa corrisponde un effetto.
Gli errori dei genitori
-
Incoerenza: castigo e consolazione:
uno degli errori più diffusi nei genitori è l’incoerenza
nelle sue diverse forme. Per educare un bambino, i genitori devono essere
loro stessi i primi a non infrangere i patti e le regole che hanno stabilito.
C’è chi un giorno è indulgente e un altro no: così
il bambino non capisce perché lo stesso comportamento un giorno
va bene e l’altro no, oppure perché un giorno passa inosservato
ed un altro viene castigato. Le decisioni prese dai genitori devono
essere chiare: entrambi concordi sul da farsi, così da evitare
confusione e disorientamento nel bambino.Accade molto più spesso
di quanto si possa immaginare che il bambino venga rimproverato e messo
in castigo per un motivo giusto e “grave” da un genitore o da entrambi,
e che poi dopo un breve, brevissimo tempo, lo si vada a consolare
e coccolare. Se ciò accade sempre, diventando una modalità
abituale, genera confusione e diseducazione. Ma che cosa accade in questo
caso? Può insorgere nel genitore il “senso di colpa” per ciò
che è accaduto e per aver sgridato il bambino. Il senso di colpa
muove nel genitore un conseguente comportamento riparativo che porta al
consolare, coccolare il bambino. Questo è altamente incoerente
e sbagliato. Il limite, la regola, il divieto rappresentano inevitabilmente
delle frustrazioni, sia in chi li dà, sia in chi li riceve: se il
genitore non riesce a gestire tali frustrazioni come potrà essere
di esempio per il bambino? Inoltre un rimprovero subito rimangiato genera
confusione e tali comportamenti genitoriali potrebbero diventare un “al
lupo al lupo!” a cui il bambino non crederà più.Quando però
un genitore si accorge di essersi comportato in modo non solo incoerente
ma anche ingiusto, punendo il bambino per una cosa da nulla, è importante
che sappia riconoscerlo subito: ”Mi dispiace: ho sbagliato. Oggi sono molto
stanco e ho perso la pazienza…”. E’ bene che il bambino sappia che anche
ai genitori può capitare di sbagliare.
-
Lasciar correre: non dire
nulla, far finta di niente o giustificare tutto non va bene. I genitori
che non si arrabbiano mai, lanciano al bambino un messaggio di indifferenza
e disinteresse.
-
La minaccia: “se lo rifai
ancora una volta…”, a volte la minaccia si trasforma nella vera e propria
esigenza di fare ciò che è proibito. Si tratta di una
vera e propria sfida all’autostima e all’autonomia del bambino. Alcune
si presentano sotto forma di minacce-ricompense che poi il genitore non
riesce a mantenere: “se farai i compiti, ti porterò al parco….”
E poi ci si dimentica, suscitando nel bambino aspettative disilluse.
Bibliografia:
F. Doltò, I problemi dei bambini, Mondadori, 1991
Asha Phillips, I no che aiutano
a crescere, Feltrinelli 2002
© 2005, Dr.Stefano Gorini www.pediatriapratica.it
torna su
home page