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31-5-2007 |
L’essere umano manifesta una predisposizione
innata
a sviluppare legami significativi con chi lo
accudisce
Tale concetto trae le sue origini
dalla “teoria dell’ attaccamento”, che si sviluppò in seguito
agli studi condotti da John Bowlby, in Inghilterra intorno agli anni cinquanta.
Egli studiò gli effetti della “deprivazione materna”, cioè
della assenza della madre in bambini istituzionalizzati e ospedalizzati.
Il bambino ha una predisposizione
innata a ricercare la vicinanza di una figura di riferimento che
se ne occupi e che gli attribuisca un valore. Egli di conseguenza
arriva ad attaccarsi a chi lo cura. Un neonato da solo sarebbe esposto
a qualsiasi rischio, ha perciò bisogno di qualcuno che gli dia protezione
e che faccia da “filtro” tra sè e il mondo. In genere è la
madre che da al bambino le cure necessarie: lo alimenta, lo coccola e lo
riscalda, lo pulisce e lo cura nel corpo, gli parla e risponde a tutti
i suoi bisogni.
C’è comunque un’azione reciproca
nella formazione del legame, la reciprocità è la giusta
base per consentire gradualmente al bambino di rendersi autonomo. Nella
dinamica dell’attaccamento, una madre “sufficientemente buona”, creerà
con il suo bambino un clima in cui siano possibili sia l’esplorazione creativa
(nel cibo, nel contatto con l’ambiente, nell’espressione dei bisogni) che
la verifica della realtà per poi arrivare al successivo distacco
da lei.
Secondo la teoria dell’attaccamento,
tale processo inizia dopo la nascita e continua durante i primi tre anni.
Gli effetti psicologici a lungo termine di un buon legame, possono essere i seguenti:
Ma cosa accade quando l’attaccamento è
carente o insufficiente? Come incide questa carenza sulla capacità
del bambino di staccarsi dalla mamma?
Gli effetti sono riscontrabili sin dal primo e secondo anno di vita del bambino, infatti a partire da un anno di possono distinguere quattro tipologie di attaccamento dal modo in cui il bambino reagisce alla separazione dalla mamma.
Come impara il bambino a separarsi dalla
mamma?
Come inizialmente accennato, tale
processo inizia già dopo la nascita e continua durante i primi tre
anni. Davanti alla separazione dalla mamma, è anche sano
e giusto che ci sia una protesta del bambino che rientra in un comportamento
tollerante e che conferma il legame di tipo sicuro. Il distacco, le piccole
separazioni possono essere inizialmente difficili da affrontare, non solo
per il bambino piccolo, ma anche per la mamma. Ne sono un esempio: il ritorno
al lavoro dopo il parto e lo svezzamento, che rappresenta l’abbandono non
solo di un’abitudine e di un piacere condiviso, ma con il seno materno,
di una forte intimità. Simbolicamente si potrebbe dire che se
si è instaurato un buon legame tra madre e bambino in queste
prime fasi, anche successivamente, di fronte alle separazioni il piccolo
sa
che in quel distacco “non perde la mamma”, perchè tiene in sé,
interiorizza, quel legame e quella fiducia di base.
La sicurezza ricevuta dal bambino
rappresenta per lui fiducia e “base sicura” che gli eviterà
successivamente di cadere in preda all’insicurezza e all’angoscia per la
separazione.
C’è un altro momento evolutivo critico, in cui il bambino può vivere male il distacco. Accade quando tra i 7/8 mesi le sue figure di attaccamento si allontanano, o sono presenti, ma ci si trova con estranei, intesi anche come persone che il bambino non vede abiltualmente tutti i giorni o tutte le settimane, di cui non sa prevedere le reazione ed i comportamenti, questa fase è chiamata - fase dell’ansia dell’estraneo o angoscia dell’ottavo mese.
Il bambino intorno ai tre anni dovrebbe già essere in grado di tollerare l’assenza della mamma per breve periodo di tempo durante la giornata, come avviene alla scuola materna. A tre anni il bambino può attingere a quella sicurezza interiore, frutto del buon legame con lei. Attenzione perché ciò non significa totale autonomia, ma lascia spazio ancora a quella fluttuazione tipica tra bisogni di autonomia nel “fare le cose da solo” da un lato, e bisogni di protezione, coccole e consolazione dall’altro. Il bambino di tre anni, è infatti ancora molto dipendente dalle figure di riferimento, ma inizia anche a possedere le necessarie competenze, cioè risorse intellettive, motorie, linguistiche, emotive, per sperimentare la separazione e per dirsi “che ce la posso fare”.
Dai sei anni – La
fobia
della scuola si presenta come un’ improvviso malessere all’idea
di andare a scuola, con sintomi psicosomatici accentuati (dolori
addominali, mal di testa, nausea, attacchi asmatici…..) ma privi di cause
organiche che peggiorano quando il bambino è in classe tanto da
indurre il ritorno a casa, oppure insorgono al mattino portando ad assenze
da scuola. Questo quadro non ha niente a che vedere con il vecchio trucco
di inventarsi una malattia per non andare a scuola. Di solito le
crisi di panico compaiono all’inizio dell’anno scolastico o in concomitanza
ad eventi particolari come: cambiamento di abitazione o di scuola, la nascita
di un fratellino, gravi malattie, lutti, conflitti tra genitori. Tali eventi
accentuano
l’ansia da separazione ed evocano fantasie di abbandono, diverse da
bambino a bambino. Alcuni studiosi pensano che all’origine della fobia
scolare ci sia la cosiddetta “sindrome di Peter Pan”: cioè il rifiuto
è come un "sintomo di copertura”, un meccanismo di difesa inconscio
che serve al bambino per proteggersi dall’ansia di separazione legata
alla paura di crescere e quindi al desiderio di rimanere piccino.
Alcuni spunti operativi per mamma e papà
Quando chiedere invece un parere all’esperto?
Quando al momento della separazione il bambino piange ininterrottamente, non riesce a stare senza la mamma, va in angoscia, si sente perso e abbandonato. La sofferenza del bambino potrebbe manifestarsi anche sottoforma di collera con aggressività ed urla, oppure tristezza ed apatia. Comunque se la paura della separazione è l’unico motivo della sua ansia ed assume una certa intensità, allora si tratta di un disagio. Ad essa spesso sono associate preoccupazioni non realistiche del bambino, paure di abbandono, paura di stare da solo, paura che succeda qualcosa ai genitori in sua assenza, paura della scuola, disagi espressi nelle occasioni in cui si verifica la separazione. Ciò è dovuto a diversi fattori, che riguardano non solo il piccolo ma anche la qualità dei suoi legami con i genitori ed il suo ambiente, il cui approfondimento permette di offrire un adeguato supporto alla situazione.
Bibliografia
Bowlby J. (1969): Attaccamento
e perdita, vol 1: L’attaccamento alla madre. Boringhieri, Torino, 1972
Bowlby J. (1973): Attaccamento
e perdita, vol 2: La separazione dalla madre. Boringhieri, Torino, 1972
Veggetti Finzi S. (1996): I bambini
sono cambiati, Mondatori, Milano, 1998
Anna Oliverio ferrarsi: Non solo
amore…..Giunti, Firenze-Milano 2005
AA.VV.,: ICD-10, Masson , Milano,
1997