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11-1-2007 |
QUANDO SERVE UN BEL "NO!"
La situazione in cui un genitore si trova più in difficoltà fin dai primissimi mesi di vita del suo bambino è quando sa di dover dire “NO” e teme di farlo per timore di ferirlo.
Tuttavia sappiamo da anni di ricerche in psicopedagogia e psicologia dello sviluppo, come il “NO” sia uno strumento fondamentale nell’educazione di un figlio.
In realtà sono proprio
le
piccole frustrazioni che aiutano ogni bambino a crescere.
Si tratta però di piccole frustrazioni motivate, purché siano
efficaci e di conseguenza utili a comprendere il senso del limite e
dell’attesa,
il significato di confine tra il me e il non-me,
tra
l’Io e il mondo esterno. La motivazione nutre la mente del bambino,
lo aiuta ad elaborare il mondo delle emozioni a comprendere ciò
che accade dentro e fuori di lui. Dire “No” nelle sue varie forme, significa
essenzialmente stabilire una distanza tra un desiderio e la sua soddisfazione.
Certi aspetti dell’educazione dei bambini, come per esempio la separazione,
lo svezzamento, il problema di come affrontare il pianto, portano in primo
piano la questione dei limiti.
La riluttanza a definire dei limiti può
ostacolare lo sviluppo delle capacità dei bambini.
Dalla nascita ai due anni
Il bambino è inizialmente
estremamente dipendente dalla madre come figura di riferimento primaria,
poi da entrambi genitori verso i quali dirige le sue attenzioni.
Ad esempio: “un neonato impara molto
presto ad attirare l’attenzione piangendo; se la madre non risponde ai
suoi pianti può dargli la sensazione di essere trascurato, privo
di valore. Esperienze ripetute di questo tipo possono infondergli un senso
di insicurezza e indurlo a piangere sempre più spesso”. Occorre
trovare un giusto equilibrio. Il “No” che motiva l’attesa invece, nutre
la mente del bambino, e favorisce precocemente la gestione dell’ansia imparando
a dominarla.
Come suggerisce T. Berry Brazelton,
professore emerito di pediatria presso la Harvard Medical School, il
neonato è inizialmente egocentrico, solo man mano impara che
esistono rapporti che non ruotano attorno al lui…ci saranno momenti in
cui il padre e la madre dicono al bambino: “Aspetta un momento sto parlando
con la mamma”. E’ una lezione importante, che insegna che ciò che
fa un altro può essere indipendente da lui. Qui l’attesa non è
dovuta a quello che fa il bambino, ma a quello che altri stanno facendo.
Dai due ai cinque anni
In questa fascia di età il
bambino non distingue ancora bene il confine tra realtà e fantasia,
tra ciò che è vero e ciò che è finzione. Ad
esempio: “Luca reagisce al “No” del padre come se fosse un orco che lo
vuole uccidere, proprio come nella fiaba di Pollicino. Sappiamo che è
un uomo gentile ma ha difficoltà a dire “No” a Luca, quando lo fa
non è controllato si infiamma troppo, in questo modo ottiene l’effetto
contrario: il bambino si spaventa, cosicchè la fantasia trova
eco nella realtà e le due cose si confondono”.
Tutti sappiamo che non è
facile sentirsi dire “No”. Se rifiutate al bambino qualcosa che desidera,
dovete essere pronti ad affrontare la sua reazione. L’adulto deve restare
calmo, e non farsi travolgere dalle emozioni del bambino al punto da
trascinarsi all’ira. E’ infatti più facile, ma errato lasciarsi
sopraffare dall’ irritazione, piuttosto che prendere il bambino stringerlo
a sè e tranquillizzarlo. Alcuni bambini hanno bisogno di questo
contenimento fisico, ad altri basta la voce o la vostra pazienza oppure
lasciarli sfogare limitandovi ad essere presenti.
Gli anni della scuola primaria
In questa fascia di età il
bambino trascorre molto del suo tempo a scuola, deve adattarsi a far parte
di un gruppo, il suo mondo diventa pieno di regole e di doveri.
Gli sono richieste abilità più fini, deve imparare a gestire
nuovi rapporti, pensieri, abilità, prestazioni e per farlo ha bisogno
di partire da una base sicura, intesa come quel legame genitoriale
che infonde sicurezza, protezione e fiducia. Il bambino dai sei ai dieci
anni ha bisogno di sentirsi distinto dai genitori, quindi di sentirsi
dire “No” nella sua accezione più ampia e simbolica cioè
per
comprendere chi è lui e chi siete voi: ciò favorisce
l’ acquisizione della capacità di decidere come rapportarsi con
il mondo. I bambini portano a casa questioni, scelte e decisioni
che spesso mettono in difficoltà i genitori, proprio perché
estranee al nucleo familiare. Il confronto con il gruppo è importante
come lo è aderirvi, e per farlo spesso i bambini chiedono un gioco
nuovo, una collezione di figurine, un astuccio particolare, un capo di
abbigliamento particolare ecc… Anche la scelta degli sport è una
questione spesso ardua da affrontare. Ad esempio: “ Elisa ha dieci anni
e la passione per il nuoto, sport in cui riesce molto bene. Convince i
genitori ma il corso ad un livello agonistico richiede la frequenza tre
volte a settimana. Ad Elisa piacciono molto le gare ma gli allenamenti
la stancano. Il padre deve farle continue prediche perché frequenti
regolarmente, anche quando non ne ha voglia. Ne nascono molte discussioni”.
Avendo consentito ed incoraggiato un desiderio del figlio molti genitori
si sentono in dovere di fargli portare avanti l’attività. Sarebbe
più efficace chiedersi invece che cosa significa per il bambino
continuare o smettere, così da dedicargli del tempo per insegnargli
che le scelte hanno un valore e che non è indifferente abbandonare
un’ attività in corso. E’ una occasione utile per aiutarlo a sviluppare
costanza e ottimismo.
Preadolescenza - Adolescenza
In età adolescenziale, la
questione di dire “No” diventa più complessa: si devono ancora imporre
dei limiti e in quale maniera? La domanda che hanno in testa i “teen” è:
“Chi
sono io?”.
Negli ultimi anni si distinguono
queste due fasi dello sviluppo: la pre-adolescenza che va dai dodici ai
quattordici anni, e l’adolescenza dai quattordici ai vent’anni circa o
anche oltre…
La pre-adolescenza in particolare
è un periodo di grandi cambiamenti, proprio perchè sancisce
la fine e la separazione dall’infanzia con il passaggio graduale
nell’adolescenza. In adolescenza invece la percezione di sé subisce
metamorfosi, nella psiche e nel corpo; non si è più bambini
e non ancora adulti, quindi l’umore e l’immagine di sé ondeggiano
come fronde al vento.
C’è bisogno di una base
sicura ora più che mai proprio come quando erano piccoli, con
un ritorno alla funzione materna di contenimento emotivo e fisico, che
trasforma i sentimenti più paurosi in emozioni più accettabili
ma che in adolescenza assume forme diverse: dalle braccia materne ci si
sposta simbolicamente all’ambiente-casa che creiamo ogni giorno per lui
facendolo sentire al sicuro, grazie anche alla capacità propria
del genitore e della coppia genitoriale, di stabilire delle regole e
di attenersi ad esse. Nonostante l’inevitabile conflitto che si crea
tra genitori e figli adolescenti:
• In realtà i ragazzi
vogliono che i genitori dicano loro “Ti fa male!”, impedendogli di
fumare e di bere, perché pensano che abbiano il compito di proteggerli
dalle cose “cattive”.
• I ragazzi hanno un gran desiderio
che i genitori si fidino di loro e apprezzano la flessibilità.
• La disponibilità e la
capacità di ascoltare danno al ragazzo l’impressione che state
pensando proprio a lui, accettando meglio un “No” come conseguenza.
Bibliografia
A. Phillips,"I no che aiutano
a crescere", Feltrinelli, 1999
“Non solo amore”, A.Oliverio
Ferraris, Giunti Demetra, 2005